La formazione all'interculturalità
Il nostro approccio alla formazione si fonda sulla convinzione che l’emersione e la valorizzazione delle risorse degli stranieri, passi necessariamente attraverso la riqualificazione dei servizi di riferimento sul territorio di modo che essi diventino effettivamente porte di ingresso alla società, occasioni di crescita e promozione individuale per il cittadino immigrato.
In tal senso, crediamo che gli operatori di tali servizi dovrebbero assumere in prima persona la funzione di facilitatore della relazione, divenendo essi stessi figure “ponte” tra visioni del mondo, riferimenti culturali e appartenenze spesso difficilmente conciliabili. Per questo, non sono sufficienti una -seppur indispensabile- inclinazione personale al dialogo e al confronto, od una conoscenza approfondita delle culture di provenienza degli immigrati.
All’operatore - italiano o immigrato che sia - si richiedono non comuni capacità di comunicazione e un progressivo e non indolore impegno di ridefinizione della propria pratica professionale: questo significa attenzione e cura nel porre a confronto modi differenti di comportarsi, di relazionarsi, di concepire la quotidianità; attenzione e cura nell'interpretare e giudicare, evitando di proiettare sull'altro i propri schemi di riferimento (non universali e necessariamente migliori); attenzione e cura nel conciliare i bisogni e le aspettative dei propri utenti con le culture proprie delle organizzazioni, dei servizi e delle professioni operanti sul territorio. Come sensibilizzare (nel senso di rendere più sensibili) e provocare “cambiamento” (l’obiettivo dell’azione formativa) un determinato numero di professionisti e operatori di base dell’amministrazione pubblica e di associazioni in quotidiano contatto con la popolazione straniera ad una “qualità” delle relazioni interpersonali in un contesto multiculturale? Il modo con cui affrontiamo questo vasto e urgente tema della comunicazione “interculturale” in un contesto professionale multiculturale è fortemente ispirato dagli studi di una psicosociologa francese di origine tunisina, Margalit Cohen-Emerique.
L’ipotesi di partenza di questa presa di coscienza può, in effetti, enunciarsi come segue: accanto alle questioni che riguardano le politiche migratorie, quelle della gestione di una società in cui risiedono persone provenienti dal Marocco o dal Senegal, dalla Nigeria o dal Perù, dall’Argentina o dall’Albania, dalla Turchia o dalla Cina, e quelle delle cause di queste migrazioni, si pone quella del come preparare “nel qui ed ora” una relazione professionale e/o personale (sia gli operatori che le persone che hanno migrato), alla miglior gestione possibile della relazione interculturale.
Perciò è importante che la composizione del gruppo in formazione sia mista tanto per l’origine culturale quanto per l’esperienza della migrazione (dal punto di vista di colei o colui che l’ha vissuta di persona e dal punto di vista di colei o colui che è in relazione professionale e/o personale con la persona immigrata).
Quando si parla di “relazione interculturale” si suppone che essa implichi almeno “due individui portatori di cultura”, spesso aventi uno statuto differente nella società di residenza ed essendo situati in un contesto particolare da tenere presente (una scuola, un ufficio di polizia, un’amministrazione pubblica, un ufficio d’assistenza sociale…).

Si tratta allora di realizzare un processo di formazione che interroghi ciò che chiamiamo “i quadri di riferimento culturali” degli uni e degli altri o, in altre parole, gli “occhiali” attraverso i quali ciascuno dei protagonisti “guarda il mondo” (ma anche “capisco”, “percepisco”, “agisco”, “parlo”).
La problematica su questo “quadro di riferimento culturale”, di cui siamo a volte coscienti (i vestiti che portiamo, la lingua che parliamo, i gesti che facciamo) e a volte inconsapevoli (e di cui scopriamo la differenza nell’incontro con l’altro…) maturerà attraverso tre “operazioni”: il decentramento, la penetrazione del sistema dell’altro e infine la negoziazione. “Decentrarsi” è l’operazione più difficile: considerare obiettivamente rispetto a ciò che costituisce il nostro “centro” = i nostri valori, credenze, modi di comportamento, regole professionali… in ciò che esse hanno di assolutamente individuale, ma anche familiare, riferendosi ad un gruppo ale, ad una regione (Sud o Nord dell’Italia, per esempio), ad un modello culturale (moderno o tradizionale).
Una volta che matura una presa di coscienza di questi “occhiali” del tutto particolari, attraverso i quali noi, e gli altri, vediamo il mondo, possiamo essere pronti a tentare di “penetrare” il sistema dell’altro, cioè riconoscere che vi sono altre paia di occhiali possibili, di cui siamo ignari o che non vogliamo vedere, poiché “giudichiamo a priori” il loro carattere inadeguato. Il metodo di lavoro in formazione che si prende in considerazione si concentra allora, con l’aiuto di una griglia d’analisi, a lavorare su situazioni chiamate “incidenti critici o choc culturali” che i partecipanti del gruppo presentano, che hanno vissuto nella loro vita professionale e/o personale e sulle quali si pongono delle questioni: “Che cosa è accaduto che non capisco? Come e cosa fare per migliorare questa relazione e/o la pratica professionale?”
A monte e a valle di questa analisi altri esercizi portano alle identità personali e professionali e le rappresentazioni che ognuno ha “dell’altro”, giochi di ruolo sui valori di cui siamo portatori e messe a punto teoriche percorreranno il processo formativo.
In questo lavoro le persone e la pratica professionale sono al centro del dispositivo e le persone di origine straniera, presenti nel gruppo, saranno importanti persone-risorse, messe in situazione di interlocutori validi per meglio comprendersi. È in ciò che chiamiamo “il procedere interculturale” che la persona migrante non è solo più un OGGETTO di formazione, ma SOGGETTO d’interlocuzione degli stessi operatori. L’azione formativa si basa allora sull’interazione tra diverse discipline e metodologie auto-etero centrate, tenendo presente, di volta in volta, numero e tipologia dei discenti (si tratta di formazione per “adulti” e quindi vale la logica che ci si educa reciprocamente), setting formativo, tempi della formazione, ecc. |