Presentazione



Cariche sociali Stampa
Cariche Sociali

Presidente

Nicola Di Pirro

 

Consiglieri

Moulay El Akkioui (Vice Presidente)

Marco Muzzana

 

Soci fondatori

Domenghini Giancarlo

Maria Rita Pianezza

Anna Belpiede

Marco Parisi

Daniela Maranzana

Giovanna Zaldini

Jerome Ngom

Paola Cozzani

Roberto Faticcioni

Rosario Alvarez

Carmem Lussi

Cinzia Sabbatini

Valeria Gentili

Ilaria Galletti

 
Chi siamo Stampa

Chi Siamo

La cooperativa è costituita da operatori, animatori, formatori e consulenti

  • italiani e di origine straniera

  • professionalmente a stretto contatto con le popolazioni immigrate

  • provenienti da orizzonti culturali e professionali diversificati

  • che lavorano in équipe

  • inseriti in una rete internazionale di ricerca e intervento in ambito interculturale (Belgio, Francia, Germania, Italia e Spagna)

 
Lo Statuto Stampa

Lo Statuto
(articoli fondamentali)

 
Art. 1
E’ costituita la società cooperativa sociale, avente scopo mutualistico e non di lucro, denominata “Interculturando cooperativa sociale”.
 
Art.3
Lo scopo della cooperativa è quello di perseguire l’interesse generale della comunià alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione di servizi socio sanitari ed educativi (…).
 
Art.5
Oggetto della cooperativa sono le attività socio sanitarie ed educative di cui all’articolo uno (…) e specificatamente:
1. organizzare e gestire attività formative (corsi, seminari, convegni,…) rivolte a:
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Dove siamo Stampa
Dove Siamo

Sede legale
Via Grossich, 33—20131 Milano   Tel. 3336740751
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Sedi operative
Bergamo
Via Puccini, 30—24027 Nembro   Tel. 3391754856
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Genova
Via Del Camoscio, 16/2—16142 Genova  Tel. 3397226756
Roma
Via G.Marangoni, 1—00162 Roma   Tel. 3381649520
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Presupposti Stampa

ideali e filosofia: le tre “i”


immigrazione, integrazione, interculturalità

mappe concettuali


La cooperativa INTERCULTURANDO è consapevole di muoversi in uno scenario che vede nell’immigrazione il capro espiatorio di una serie di debolezze sociali che la modernità (ed il conseguente processo di individualizzazione) e la globalizzazione stanno apportando. In più, gli immigrati hanno l’effetto di amplificare la multiculturalità presente nella società e rappresentano per l’autoctono la “diversità” nel massimo della sua espressione. Questa amplificazione della diversità avviene perché l’arrivo in Italia di cittadini provenienti da altri stati, e quindi portatori di altra cultura, di altre lingue, di altre religioni, di altri usi e costumi (abbigliamento, alimentazione, ecc.) rappresenta per il cittadino italiano autoctono un’assoluta novità: questa diversità l’aveva sempre letta sui libri, vista in TV, al massimo incontrata nei propri viaggi turistici. Ora invece l’incontro con questa alterità avviene in diretta nel qui ed ora della quotidianità, anche professionale.


L’immigrazione come risorsa

La nostra idea prende consapevolezza dalla constatazione della grande ricchezza umana presente nelle popolazioni immigrate. Si tratta, infatti, di persone fortemente motivate a realizzare un progetto di miglioramento socioeconomico a beneficio anche della propria famiglia in Italia e al paese di origine. Provengono da orizzonti culturali diversi, che tuttavia sono per lo più accomunati da una ancora forte esperienza di solidarietà e coesione sociale. Si trovano in una particolare situazione di transizione, già avviata al paese di origine, tra tradizione e modernità. Raramente la società di accoglienza è consapevole del fatto che si tratta di persone “in cambiamento”, proiettate sul futuro e che sono destinate a far parte in modo stabile e definitivo della nostra società, malgrado le loro aspirazioni iniziali siano rivolte al rientro definitivo nel proprio paese. Per l’opinione pubblica la loro presenza è legittimata – purché rimanga discreta e non troppo visibile - quasi esclusivamente dal beneficio economico che ne deriva alla nostra economia e viene trascurata la valenza sociale delle loro risorse umane e culturali che incarnano spesso valori alti di umanità e spiritualità. Inoltre, il fenomeno della devianza da parte di alcuni stranieri abbaglia l’opinione pubblica - ma anche le autorità e le parti attive della società civile - fino a rendere “invisibile” la stragrande maggioranza degli immigrati che lottano quotidianamente per la riuscita del proprio progetto migratorio.


Il livello macro: l’integrazione

Ad un livello “macro”, la nostra società, sempre più multiculturale, è interessa sollecitata dai processi specifici dell’“integrazione” tra popolazioni di cultura differente residente nello stesso territorio, integrazione che, come ci ricorda la Commissione per le Politiche dell’Integrazione presieduta dalla dott.ssa Zincone, riguarda prima l’integrità dei soggetti coinvolti e poi la loro interazione positiva.

Ma chi sono i soggetti italiani e quelli stranieri coinvolti? E come, dove quando può o deve avvenire l’interazione positiva?

Se analizziamo bene le varie tappe del processo migratorio, ci accorgiamo che non tutti gli immigrati sono interessati all’integrazione: la decisione della partenza, l’arrivo nel nuovo paese straniero, l’accoglienza, l’inserimento (casa e lavoro) e, infine, il ricongiungimento familiare, sono le tappe più importanti del percorso che coinvolge/sconvolge il migrante, tappe che per una certa parte contribuiscono a ridargli integrità (giuridica, lavorativa, abitativa, affettivo-familiare…). Una volta conseguita questa (parziale) integrità e con l’arrivo della famiglia (figli compresi), l’immigrato comincia ad aver maggiore bisogno e ad essere maggiormente disponibile ad “interagire positivamente” con il cittadino e la società di accoglienza. Quindi è soprattutto questo l’immigrato che è interessato dal e al processo di integrazione. E allora bisogna riconoscere che gli interlocutori con i quali l’immigrato deve poter costruire un’interazione positiva sono i servizi, le professioni e i cittadini della quotidianità (non quelli dell’emergenza).


Il livello micro: l’interazione interculturale

Questa interazione positiva richiama il livello “micro”, in cui entra in gioco l’interculturalità a livello più proprio: come si fa “integrazione” nel qui ed ora?

Non crediamo solo con le statistiche che confermano la stabilità del fenomeno e dei flussi di alcune specifiche e più numerose etnie, o quelle che confermano che il mercato del lavoro offre buone e stabili possibilità di lavoro all’immigrato. Se prendessimo in considerazione questi indicatori, forse potremmo affermare che tra gli italiani del Nord e gli italiani del Sud emigrati al Nord nel corso degli ultimi decenni si sia realizzata l’integrazione? Ci sembra che si possa affermare che gli immigrati provenienti dal sud Italia siano stati “assimilati” dalle società del Nord e che questa incorporazione forzata non abbia permesso a questi “italiani culturalmente diversi” di mantenere una propria integrità.

Il concetto di interculturalità riguarda il fatto che l’interazione avviene tra due soggetti portatori di culture diverse. Vorremmo fare qui riferimento ad una precisa definizione di “interculturale”: «interazione tra due identità che si danno mutualmente un senso, in un contesto da definire ogni volta: l'interculturale è dunque innanzitutto una relazione tra due individui che hanno interiorizzato nella loro soggettività una cultura, ogni volta unica, in funzione della loro età, sesso, statuto sociale e traiettorie personali» (Martine Abdallah Pretceille, 1989). Questa interazione tra due identità chiama in gioco quindi non due culture, ma due soggetti portatori di culture diverse: io e l’altro. Non c’è soltanto l’altro, ma ci sono anche io e questo io è l’unico tra i due soggetti coinvolti di cui posso disporre, del quale ho il potere di determinare il modo di agire, fare, dire, relazionare.

L’interculturalità riguarda allora innanzitutto me, può entrare in azione solo a partire da me.


Una questione di pancia

Nell’interazione con l’altro-diverso c’è la possibilità di vivere o di provocare degli “choc” culturali, che bisogna imparare ad attutire, a disinnescare. Lo choc culturale riguarda la relazione tra due persone diverse che ha come risultato l’incomprensione, dove ci si sente stranieri, estranei (e quindi è connotato negativamente).

L’altro, proprio in virtù della sua più o meno marcata diversità, rappresenta infatti una minaccia identitaria per cui ciascuno reagisce di “pancia” di fronte ad alcuni comportamenti dell’altro che mettono in discussione o che sembrano attaccare alcuni pilastri valoriali dell’identità (es.: la libertà dell’individuo; il ruolo della donna nella famiglia e nella società; l’educazione dei figli; ecc.). Allora essere interculturali significa anche e soprattutto saper gestire le proprie emozioni, sospendere il giudizio e interrogarsi/interrogare l’altro, facendo lo sforzo di andare a capire il proprio quadro di riferimento culturale e quello dell’altro.


La formazione come allenamento

La formazione all’interculturalità si preoccupa sì di aumentare le conoscenze e di rinforzare le idealità, ma anche di allenarsi a gestire la “pancia”. Nella pratica formativa questi obiettivi si raggiungono progettando e realizzando percorsi che utilizzano una certa metodologia (interattiva e autocentrata), un setting caldo e accogliente, un gruppo di formandi non numeroso ma eterogeneo (dove gli stranieri sono un’ottima risorsa per il gruppo in formazione), dei tempi di formazione adeguati, dei contenuti ad hoc (identità e appartenenza, il fenomeno migratorio, cultura e acculturazione, tradizione e modernità, la comunicazione interculturale, l’analisi degli choc culturali…). In questo modo il processo di apprendimento riguarderà la persona intera perché va a toccare contemporaneamente le dimensioni del “sapere”, del “saper fare” e del “saper essere”.

Questo è il prodotto formativo di questa rete di formatori composta da soggetti che operano (e continueranno ad avere “le mani in pasta”) nei vari contesti territoriali e che hanno ora la possibilità/capacità di affiancarsi ad altri loro colleghi in termini di riflessione sull’operatività, valorizzazione del fare, ri-progettazione degli interventi… (= promuovere cambiamento attraverso la formazione).

La Coop INTERCULTURANDO è inoltre attenta a considerare l’ampio raggio delle professioni, delle identità, dei soggetti chiamati a relazionarsi con “altri” culturalmente diversi, a partire dai contesti specifici, quelli professionali (dove l’interazione avviene tra l’operatore, il medico, l’assistente sociale, l’insegnante, ecc. e l’utente) e quelli sociali (dove l’interazione avviene tra l’immigrato interessato all’integrazione e l’italiano, il cittadino, il parrocchiano…).


La nostra esperienza ci ha insegnato che l’intercultura entra in azione anche attraverso la formazione. Quello della formazione è uno degli strumenti che ora sono a disposizione per far sì che l’intercultura entri in azione e caratterizzi così l’interazione positiva che permette di produrre INTEGRAZIONE!